Inviato il 23 maggio 2011.
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Intervento di Pietro Garau nel corso della sessione plenaria conclusiva
L’ iniziativa della biennale dello spazio pubblico non e’ nata solo per il desiderio di esibire buoni progetti e realizzazioni esemplari. Essa e’ nata ed e’ stata sorretta da una forte esigenza di sostenere la volonta’ di tanti cittadini ed amministratori lungimiranti ed efficienti di fare dello spazio pubblico la bandiera della civilta’ urbana.
Perche’ questo accada non bastano gli esempi di buone realizzazioni. Occorrono anche principi che ispirino l’azione pubblica e la mobilitazione di cittadini. E’ questa l’idea della “Carta dello Spazio Pubblico ”, che la Biennale lancia oggi come obiettivo per la seconda Biennale del 2013.
Questa impresa e’ gia’ iniziata. Questa stessa prima biennale, con i molti argomenti che ha affrontato, ha offerto riflessioni importanti. Perciò abbiamo chiesto ai coordinatori delle sessioni di aggiungere nel resoconto dei lavori del 14 maggio un primo elenco di “punti fermi” che ritengono di poter estrarre dalle presentazioni e dagli interventi. Innanzitutto, le definizioni: e’ utile tentare una definizione di “spazio pubblico”, perche’ se lo spazio pubblico delle città e delle metropoli e’ tutto e’ anche nulla; e se lo spazio pubblico e’ una cosa vaga, altrettanto vaghi ed evasivi saranno gli impegni. Ci serve anche sapere, come molti di noi credono, se lo spazio pubblico vada considerato un “bene comune”. Vorremmo anche stabilire perche’ alcuni spazi pubblici hanno funzionato molto bene, ed altri meno; ed i rapporti di questi esiti con luoghi, soluzioni, risorse.
Su questa base vorremmo stilare principi ragionevoli e condivisi in merito all’ideazione, la progettazione, la realizzazione, il mantenimento, la fruizione dello spazio pubblico. Ad esempio: come deve cambiare l’idea stessa delle politiche per lo spazio pubblico, per non rimanere l’identificazione di ritagli e scarti dei processi di espansione e riqualificazione urbana? Come deve cambiare la progettazione, se e’ vero che il successo dello spazio pubblico dipende dall’uso che ne faranno i cittadini? Come si possono (anzi debbono) reperire le risorse per la realizzazione, la riqualificazione ed il mantenimento degli spazi pubblici urbani?
La “Carta dello Spazio Pubblico” sara’ il documento di tutti coloro che, in Italia ed in altri paesi, credono nella citta’ e nella sua straordinaria capacita’ di accoglienza, solidarieta’, convivialita’ e condivisione; la sua inimitabile virtu’ nel celebrare la socialita’, l’incontro, la convivenza, la liberta’ e la democrazia; e la sua vocazione ad esprimere questi valori attraverso lo spazio pubblico. L’INU Lazio e’ pronta a facilitare questo progetto offrendosi di raccogliere i suggerimenti di coloro che vorranno contribuire a questo processo, che verrà documentato sul sito della Biennale con l’obiettivo di dedicare una sessione della Biennale 2013 all’adozione della Carta dello Spazio Pubblico. Sarà anche nostra cura fare della Carta un argomento di riflessione in tutte le occasioni offerte dal calendario internazionale – come la biennale degli urbanisti europei del settembre di quest’anno a Genova ed il sesto World Urban Forum in programma a Napoli nel settembre 2012.
A cura di:
- Pietro Garau (coordinatore Relazioni Internazionali della Biennale dello Spazio Pubblico)
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Cari Amici,
accolgo con piacere e interesse le sollecitazioni del coordinatore R.I, arch. Pietro Garau, cercando di formulare alcune riflessioni ai numerosi quesiti posti e avviare, se possibile, la discussione sulla costituzione della una “carta dello spazio pubblico”.
Sono dell’opinione che il termine “Spazio pubblico” sia termine giustamente “vago”, perché contiene in sè il germe di valori e valenze che possono essere esplicitate o sviluppate. Nella sua generalità massima “evoca” ma “non connota” le proprie qualità fisiche o immateriali . Di fatto si dichiara vocato all’evoluzione socio-culturale delle proprie componenti e caratteri.
Il concetto, così come espresso, è duale. Lo “spazio fisico” in cui ci muoviamo, e in cui interagiamo col mondo oggettivo – nella definizione accettata nel mondo della fisica è:
“ … un concetto primitivo. Infatti, nella fisica classica, si dà per scontato che i fenomeni avvengano in uno spazio euclideo tridimensionale, dove ogni posizione può essere descritta usando tre coordinate, ciascuna misurabile come lunghezza o distanza. Tale spazio è omogeneo e isotropo. Perciò un qualunque punto dello spazio vale quanto un altro, per la verifica dei fenomeni fisici, e non esiste una posizione privilegiata. Si parla cioè di simmetria di traslazione e di simmetria sferica.”
Un buon punto di partenza. Complicato però dall’aggettivo “pubblico” (1) che rende più complessa e sfumata la sua natura.
Credo che sia immediato riconoscere al luogo pubblico la possibilità che qui si operino “scambi” di carattere sociale, ove è riconosciuta collettivamente la memoria e dove è possibile costruire identità collettiva.
In tale concetto si accetta e si riunisce l’idea della stasi e del movimento, ovvero: della confluenza e del deflusso delle persone (e, con limitazioni, dei mezzi), certamente delle idee, degli eventi, delle rappresentazioni della sacralità civile.
Lo spazio come “concetto primitivo” – cioè noto a priori e che non richiede dimostrazione – unito all’aggettivo pesante “pubblico” – l’essere, l’appartenere, il dimostrare, la “cosa publica” – rende accettabile il fatto che in esso convivano istanze arcaiche e fermenti dimodernità. Lo spazio pubblico è, come il corpus urbano, un concetto evolutivo in termini culturali e percettivi.
Se intuitivamente ci rendiamo conto che non tutto lo spazio fisico o (virtuale) “può candidarsi” ad essere spazio pubblico è evidente che dovremo costruire una lista delle esclusioni e delle priorità, che renderà più facile stabilirne l’essenza.
Questa riflessione può facilmente condurre alla conclusione che se alcuni “alcuni spazi pubblici hanno funzionato molto bene, ed altri meno” tali ragioni sono da ascriversi più che a vizi geometrici e morfologici dello s.p., a fenomeni di “disturbo” o di ”eccesso di quiete” per es. nella generazione e gestione dei flussi. (ex.: Un campiello veneziano funziona benissimo per quasi tutto l’anno ma tracolla nel periodo di carnevale).
Lo spazio pubblico è un concetto storico relativo ed evidentemente connotato dai rispettivi gruppi socio-culturali di appartenenza. (E’ fin banale osservare la differenze concezione di privato/pubblico nel nord-centro-sud della Penisola).
Nella cultura urbana italiana siamo portati a rapportare il nostro concetto di spazio pubblico con gli spazi consolidati della tradizione. Dalla trattazione rossiana alle trattazioni di Augé, è accettato che questi spazi o sono stati “loca” o lo diverranno. Qui evidentemente si “accerta” o declara, con atto pubblico la presenza del genius loci, altrimenti avvertivo come esperienza collettiva misterica. Più modernamente, ai loca si aggiunge la qualità soggettiva ma collettiva di “spazi emotivamente vissuti” in ragione di eventi o flussi di coscienza individuale.
Aggiungo che gli spazi pubblici di origine antica sono anche – in senso junghiano – portatori di un inconscio collettivo, che ce li fa percepire come ambiti ove le emozioni e le percezioni sono particolarmente intense e stratificate. In questi “loca” – in continua evoluzione – sacrale o de-sacralizzata, essi polarizzano gli accadimenti in senso magnetico, attrattivo o repulsivo di grande significato collettivo, sia in senso storico che meta-storico. [per ex. a Milano, luoghi legati ad eventi storici drammatici, come piazza Fontana o Piazzale Loreto sono mantenuti vividi nella memoria delle vecchie generazioni e si attenuano o scompaiono in quelle nuove].
Gli spazi pubblici possono essere apparentati , ai “loca”, ma non è detto che ne debbano condividere doverosamente pregressi gravami o condizionamenti. C
redo che gli spazi pubblici si possano essere assimilare all’”età giovanile” dei “loca”. Pertanto, non è scontati che essi lo diverranno mai: possono disgregarsi e “morire” (in senso lato) prima di averne raggiunto quel livello evolutivo.
Nella metafora biologica, possiamo dire che gli spazi pubblici possiedono un patrimonio genetico affine ai “loca”, con caratteri ereditari generali che li fanno rientrare nel gruppo parentale, ma per affermarsi essi dovranno sviluppare una “personalità”. Si intendono qui gli elementi che li rendono individuabili, riconoscibili, accessibili e identificanti, alla collettività e al singolo.
In tal senso, lo spazio pubblico è “bene comune” quando, fatto ingresso nell’”età adulta”, sia in grado di assolvere – grazie ad un raggiunto livello di maturità fisica e mediatica – alle qualità sopraindicate. Esso può perdere la sua qualità di “bene pubblico” qualora venga a mancare anche uno soltanto di tali elementi.
Il concetto di “(buon) funzionamento” di spazio pubblico deve essere, a mio giudizio, ancor adeguatamente indagato e discusso. Cominciamo a ragionare per esempio, parametrizzandone le prestazioni (anche in modo approssimativo) ma basato su un concetto quantitativo – intensità e frequenza d’uso – prima di attribuirvi valutazioni qualitative.
Gli spazi possono essere infatti essere usati con “continuità” o “intermittenza”, e con usi diversi e talvolta opposti in momenti differenziati della giornata o dell’anno.
Anche il “vuoto” e la parziale interdizione dell’uso possono essere caratteri significanti e positivi rispetto al “pieno” e alla totale fruizione d’uso”, per consentirne, accrescerne il valore o preservarne la sussistenza.
Qualora le regole di uso siano universalmente o almeno prevalentemente comprese, accettate e condivise, gli spazi “funzionano”. Il tema della regola e della sua comprensione/condivisione è particolarmene delicato e problematico: non può sfuggire agli specialisti come regole non scritte ma accettate da una parte dei gruppi possono far si che attività collettive “lecite”possano assumere significati “oltraggiosi” con effetti “esplosivi” in termini antropologico-culturali o di tabù religiosi (ex. : il caso della forma di protesta attuata con preghiera pubblica sul sagrato del Duomo di Milano, e in alte piazze italiane, da parte di fedeli musulmani e delle reazioni di sconcerto, disagio e fastidio da parte dei gruppi autoctoni.).
Se si afferma che uno spazio pubblico debba consentire l’”aggregazione” o tendere ad essa, si apre anche la possibilità di “aprire” ad un principio altrettanto ambiguo e controverso sull’uso libero o condizionato che ne deriva in termini di utilità e benessere pubblico.
Infatti, anche una piazza su cui si apre un esercizio pubblico (un bar) crea aggregazione, ma non è detto che questo sia per forza un “bene comune”, anzi spesso è motivo di disturbo e tensione nei rapporti sociali tra residenti e utenti dell’esercizio.
Mi pare che ci sia molta carne al fuoco. E’ solo l’inizio, ma la partita è molto interessante. Grazie per l’attenzione.
Andreina Milan
[Univ. Bologna]
Note:
(1) Voce: “Pubblico”, Wikipedia.it – “… Nell’ambito del diritto, il termine “pubblico” identifica un bene materiale o immateriale accessibile a tutte le persone senza condizioni, in opposizione a ciò che è di proprietà di un privato, e che è mantenuto e protetto a servizio e godimento della collettività senza l’ingerenza di interessi privati. Alcune situazioni giuridiche se avvengono o riguardano luoghi pubblici o luoghi aperti al pubblico o luoghi esposti al pubblico, hanno caratteristiche specifiche e sono regolate da norme speciali o da specifiche disposizioni delle norme ordinarie, rispetto al caso in cui avvenissero in un luogo privato. Un luogo pubblico è uno spazio pubblico a cui può accedere chiunque senza alcuna particolare formalità, essendo quello il suo scopo ed utilizzo normale e prevalente (ad esempio strade, piazze, giardini pubblici, spiagge demaniali). Un luogo aperto al pubblico è uno spazio in cui chiunque può accedere, limitatamente e regolatamente a regole (che possono ad esempio essere un orario d’apertura, il pagamento di un biglietto d’ingresso, l’obbligo d’iscrizione ad un’associazione che lo gestisca) stabilite dal proprietario (sia esso un privato o un ente pubblico) o da altre norme. Un luogo esposto al pubblico è uno spazio dove lo spazio stesso, ciò che vi si trova e ciò che vi accade può essere esposto alla visione di un generico pubblico di persone.”